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Federazione Speleologica Campana |
Il
carsismo e la formazione delle grotte
(da
Santangelo N., Santo A., 2005, Il carsismo e la formazione
delle grotte. In Russo N., Del Prete S., Giulivo I., Santo A.
editors: Grotte e speleologia della Campania, Sellino ed. Avellino, pp.
39-48, 13 fig.)
Il
“carsismo” è l’insieme dei processi chimici che determinano la
dissoluzione di rocce solubili (calcari,
dolomie e
rocce evaporitiche) da parte delle acque meteoriche e che determina la diffusa
formazione di cavità nel sottosuolo. L’azione di questi processi, oltre a
modellare lentamente il paesaggio, contribuisce sensibilmente ad aumentare la
permeabilità degli ammassi rocciosi e di conseguenza crea le condizioni più
favorevoli per la conservazione di importanti riserve idriche.
La reazione chimica che governa il fenomeno carsico nelle rocce carbonatiche è
data dalla nota formula:

Il
carbonato di calcio a contatto con acqua e anidride carbonica si trasforma in
bicarbonato di calcio che può essere sciolto in soluzione; tale fenomeno è
favorito se la temperatura è bassa e soprattutto se è alta la pressione
parziale dell’anidride carbonica.
La reazione si può invertire quando le condizioni su esposte cambiano. In
questo caso si ha la precipitazione di carbonato di calcio e il conseguente
fenomeno del “concrezionamento” che determina la formazione di depositi di
grotta, generalmente cristallini, meglio noti con il nome di
stalattiti e
stalagmiti.
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| Carsismo superficiale e profondo e diverse tipologie di forme carsiche (da Sauro, 1986, mod.). |
(da Santangelo N., Santo A., 2005, Il carsismo e la formazione
delle grotte. In Russo N., Del Prete S., Giulivo I., Santo A.
editors: Grotte e speleologia della Campania, Sellino ed. Avellino, pp.
39-48, 13 fig.)
Al primo gruppo appartengono morfologie di dimensioni da centimetriche a
metriche quali solchi o scannellature presenti sugli affioramenti di rocce
solubili; tali forme si generano prevalentemente per la dissoluzione chimica
operata dalle acque meteoriche e nella letteratura internazionale hanno assunto
i nomi generici di
karren
(tedesco) o
lapies (francese) che, quando sono molto frequenti su un versante possono dar luogo a campi
carreggiati o solcati.
Tra le macrofome carsiche le fenomenologie più importanti sono le
doline, i polje e le valli carsiche (canyon fluvio carsici, valli cieche e valli
morte ).
Le
doline sono depressioni chiuse a forma di conca, a contorno generalmente
subcircolare o ellittico e con dimensioni variabili da pochi metri a centinaia
di metri di diametro. Possono essere classificate in base alla genesi (da
dissoluzione pura, o da crollo) o in base alla forma o alle dimensioni. In
genere una dolina ha origine dalle fessure o dagli interstizi della roccia e può
essere più o meno svasata a seconda delle caratteristiche
litologico-strutturali. E’ stato notato ad esempio che doline imbutiformi o a
fianchi molto scoscesi sono tipiche dei calcari più puri e con poche
discontinuità, viceversa doline molto svasate e larghe sono caratteristiche di
calcari impuri e intensamente fratturati.
E’ importante comunque fare distinzione tra le doline da dissoluzione
e quelle da crollo perché la genesi è molto differente. Le prime
si trovano spesso in gruppo su un versante, tanto da anastomizzarsi ed hanno
generalmente una morfologia “a piatto”. La fusione per coalescenza di due o
più doline viene chiamata “
uvala”
o “avvallamento carsico”. Esse sono diffusissime sugli altopiani carsici dei
massicci carbonatici dell’Appennino campano e si generano per processi di
dissoluzione favoriti dalle acque meteoriche e dalla neve. Da ricordare per la
ricchezza di queste fenomenologie gli altopiani carsici di Monte Marzano, dei
Monti Alburni e del Cervati.
Le doline da crollo (sinkhole), hanno invece una classica sezione ad
“imbuto”, si generano per migrazione verso l’alto di cavità ipogee
preesistenti o per collassi di settori intensamente fratturati (Nisio, 2003). A
differenza delle doline da dissoluzione, esse sono spesso isolate e si aprono
generalmente nei settori basali dei versanti carbonatici. In Campania ne
esistono numerosi esempi alcuni veramente spettacolari per le loro dimensioni
(Del Prete et al., 2004).
Altre macroforme carsiche molto comuni nel nostro Appennino sono i
polje. Con questo termine si indicano ampie
conche chiuse (alcuni km2) in terreni carbonatici, con i seguenti
requisiti: un fondo piatto, un ripido versante marginale su almeno un fianco ed
un drenaggio carsico (le acque di precipitazione vengono smaltite attraverso un
inghiottitoio).
La letteratura distingue tre gruppi principali di polje: da contatto,
strutturali, da livello piezometrico. I primi sono localizzati al contatto tra
litologie impermeabili e carbonatiche e sono alimentati in prevalenza da bacini
imbriferi impostati su flysch. I polje strutturali sono quelli impostati in
corrispondenza di graben ed hanno una forma allungata controllata dalla
direzione dei principali faglie. Infine i polje da livello piezometrico si
impostano laddove la falda basale di un massiccio carsico interseca la
superficie topografica.
Nell’Appennino campano le successioni carbonatiche mesozoiche in facies di
piattaforma carbonatica sono frequentemente in contatto stratigrafico e/o
tettonico con successioni terrigene impermeabili mioceniche e pertanto sono
molto diffusi i polje strutturali e da contatto.
Alcuni esempi sono dati dai Laghi del Matese e del Laceno, dalle piane di
Volturara e di Forino e dai campi carsici del M. Terminio. Una caratteristica
comune a tutti questi campi tettono-carsici, è che a causa della loro vicinanza
con il distretto vulcanico flegreo-vesuviano, essi sono stati colmati da
piroclastiti che hanno determinato, nel tardo Pleistocene e nell’Olocene, la
periodica ostruzione degli inghiottitoi con formazione di specchi lacustri.
Alcuni polje sono inattivi, in quanto catturati per erosione regressiva da corsi
d’acqua limitrofi come nel caso del Vallo di Diano, la cui estensione supera i
150 km2.
Nei territori calcarei possono essere presenti delle valli carsiche
che presentano alcuni caratteri distintivi rispetto alle valli fluviali: l'alveo
è sede di corrosione accelerata a spese delle rocce calcaree e pertanto esse
non presentano depositi di riempimento alluvionale.
Un tipo di valle abbastanza frequente nei calcari è la gola o canyon
cioè di profonde
forre dai ripidi versanti in roccia scavate prevalentemente per l’azione di
dissoluzione delle acque.
Nell’Appennino campano esistono molti esempi di canyon fluvio-carsici e tra
questi vanno ricordati la forra del Torano nel massiccio del Matese, la forra
del Platano nel massiccio del Marzano e quelle del torrente Sammaro e del F.
Calore lucano nel massiccio dell’Alburno-Cervati.
Altri esempi di valli fluviali modellate in rocce solubili sono le
valli morte e le
valli cieche. Un esempio di particolare bellezza è quello del F.
Bussento che, con un bacino idrografico di circa 315 km2, impostato
prevalentemente su litotipi argillosi (flysch miocenici e Unità Liguridi), dopo
aver percorso poche decine di chilometri, scompare improvvisamente nel
sottosuolo in corrispondenza dello spettacolare inghiottitoio di Caselle in
Pittari. Tra questo inghiottitoio e la risorgenza di Morigerati, il F. Bussento
ha un percorso sotterraneo di circa 4 km, risultando così, oltre al Timavo in
Friuli, uno dei più importanti esempi di fiume sotterraneo in Italia.
In estrema sintesi quindi la distribuzione sul territorio delle macro e micro
forme sopra descritte determina la formazione di un “paesaggio carsico”
caratterizzato da:
Presenza di un “caos
idrografico” superficiale determinato dall’assenza di una vera e propria
rete idrografica e quindi di valli e di spartiacque ben definiti. I corsi
d’acqua presenti sono molto brevi, per nulla gerarchizzati, generalmente
susseguenti; i più sviluppati si formano e scorrono su terreni poco permeabili
e vengono inghiottiti quando vengono a contatto con rocce carsifìcabili.
Morfologia
caratterizzata da altopiani irregolari ad andamento ondulato, con rilievi in
genere rotondeggianti, cupuliformi, ed estese zone pianeggianti dal contorno
molto irregolare.
Mancata coincidenza tra l'idrografia superficiale e quella sotterranea
in quanto le acque di infiltrazione, una volta penetrate nel sottosuolo seguono
un percorso indipendente che non risente dell'andamento degli spartiacque
superficiali; si possono pertanto avere travasi di acqua da un bacino
idrografico all'altro attraverso vie sotterranee.
(da Santangelo N., Santo A., 2005, Il carsismo e la formazione
delle grotte. In Russo N., Del Prete S., Giulivo I., Santo A.
editors: Grotte e speleologia della Campania, Sellino ed. Avellino, pp.
39-48, 13 fig.)
Quando
le acque piovane si infiltrano nelle rocce già fratturate a causa di antichi
movimenti tettonici, determinano il lento e continuo allargamento delle diaclasi
e l’inizio di una circolazione idrica sotterranea che rappresenta il primo
stadio di formazione di una rete di cavità carsiche.
A seguito dell’azione dissolutiva e meccanica delle acque circolanti, le
fessure diventano sempre più larghe sino a raggiungere le dimensioni di
pozzi e
grotte con sviluppi di centinaia di metri e,
talvolta, di molti chilometri, spesso attraversati da torrenti sotterranei.
Per comprendere meglio come possa formarsi e svilupparsi una rete di cavità
carsiche all’interno di un rilievo carbonatico è necessario fare riferimento
anche al suo assetto idrogeologico.
Uno spaccato ideale verticale di un massiccio carsico prevede, partendo dalla
superficie, la presenza di tre zone: una zona vadosa o di percolazione, una zona
di transizione (interfaccia freatico-vadosa) ed una zona freatica. La prima
comprende tutta la porzione di massiccio in cui avviene il transito delle acque,
mentre la zona freatica è quella che raccoglie tutte le acque di infiltrazione
(falda basale) ed è pertanto riempita permanentemente di acqua. Il livello
superiore della superficie freatica può oscillare in seguito a variazioni
dell’alimentazione e quindi tra le due zone esiste una zona intermedia, detta
di transizione, che può essere stagionalmente invasa dalle acque o rimanere
asciutta. La posizione della falda basale e le sue caratteristiche geometriche
sono determinate dall’assetto geologico del massiccio ed in particolare
dall’andamento della “cintura impermeabile”, cioè dei terreni
impermeabili che confinano lateralmente e/o inferiormente con le rocce
carbonatiche, consentendo l’accumulo delle acque nel sottosuolo.
I processi carsici sono attivi in tutte e tre le zone ma con modalità
differenti (Ford & Williams, 1989): nella zona vadosa si viene generalmente
a creare un reticolo di cavità impostate lungo faglie e fratture che presenta
una gerarchizzazione via via più spinta procedendo dall’alto verso il basso;
questo reticolo ha il compito di trasferire le acque meteoriche, attraverso
pozzi e meandri sotterranei, verso punti sorgivi (sorgenti carsiche) o verso la
falda basale. Il profilo longitudinale di queste cavità è caratterizzato da
alti gradienti (cavità a sviluppo prevalentemente verticale) e
sono presenti alternanze di pozzi, canyon e morfologie fusoidali; la profondità
di questi sistemi sarà tanto maggiore quanto maggiore è il dislivello tra le
zone di infiltrazione, localizzata sugli altipiani dei massicci, e la falda
basale.
Esempi in Campania sono dati dalle numerose grotte verticali presenti
sull’Alburno e sul Cervati le cui profondità raggiungono i 500 m o, al
confine campano-molisano, dagli abissi di Pozzo della Neve e di Cul di Bove che
superano i 1000 m di profondità. Questi sistemi sono alimentati spesso, in
superficie, da inghiottitoi da contatto (Santangelo & Santo, 1995) che si
aprono sugli altipiani sommitali dei massicci carbonatici.
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| Schema della formazione di inghiottitoi da contatto (da Santangelo & Santo, 1995, mod.). |
I
sistemi carsici del Monte Terminio (da Calcaterra et al., 1994
mod.)
Nella zona freatica invece, l’azione dissolutiva delle acque è
prevalentemente legata all’oscillazione della falda basale; in tale modo si ha
la formazione di cavità caratterizzate da bassi gradienti longitudinali (cavità
a sviluppo prevalentemente orizzontale), che seguono quindi
l’andamento della falda (superficie piezometrica). Le morfologie tipiche sono
quelle con sezioni trasversali circolari od ellittiche (condotte freatiche) che
recano di frequente, sulle pareti, impronte da corrente (scallops) a testimonianza di una circolazione idrica “in
pressione”. Queste cavità sono parzialmente o totalmente invase dalle acque e
spesso sono organizzate in livelli orizzontali sovrapposti: i livelli superiori
nella maggior parte dei casi sono “fossili” sono cioè inattivi, non più
occupati dalle acque e per tale motivo essi sono caratterizzati dalla presenza
di depositi di concrezionamento e di riempimento.
L’abbandono delle acque dalla cavità si realizza in seguito a variazioni del
livello della falda basale di lungo termine, innescate da variazioni climatiche
o tettoniche.
Esempi di questo tipo sono dati dalla grotta di Castelcivita (Santo, 1993 ) che
si sviluppa per circa 6 km alla base del massiccio dell’Alburno; in questo
complesso carsico si sovrappongono tre livelli: il più alto inattivo ed ormai
fossilizzato è molto concrezionato; il secondo è in equilibrio con l’attuale
oscillazione della falda; il un terzo è ubicato in falda ed è perennemente
allagato.
Oltre ai sistemi verticali e a quelli sub orizzontali basali esistono tuttavia
numerose altre tipologie di cavità che in genere però, presentano sviluppi più
limitati.
È
il caso di sistemi “
inghiottitoio- risorgenza cioè di canali carsici a sviluppo sub orizzontale che si aprono a quote elevate
sui massicci e che non sono collegati con la falda basale.
In questo caso le cavità presentano sviluppi di alcune centinaia di metri,
hanno caratteristiche morfologiche di cavità attive e presentano risorgenze che
si aprono poco più a valle degli inghiottitoi.
Numerosi esempi sono localizzati sul Monte Terminio (Calcaterra et al.,
1994) o sul Matese, come la grotta di Campo Braca.

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Principali morfologie carsiche in aree costiere (da Ford & Williams, 1989 mod.). |
Esistono,
infine, cavità generalmente poco sviluppate in profondità (poche decine di
metri) ma caratterizzate da ampi portali d’ingresso alti sino e oltre 50 m. Si
tratta di forme ipogee che si sviluppano in ammassi molto fratturati,
generalmente lungo versanti a franapoggio o aventi piani di faglia immergenti
verso valle, dove l’azione graviclastica associata al carsismo ha lentamente
ampliato piccole e preesistenti cavità. Ne sono tipici esempi le numerose
grotte della costiera Amalfitana presenti a diverse altezze lungo i ripidi
versanti di Maiori, Amalfi e Postano (Santo et al., 2005).
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