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Federazione Speleologica Campana |
Storia
della speleologia in Campania
(da
Giulivo, Del Prete, Piciocchi, Russo, Santo, 2005, Storia
della speleologia in Campania.
In Russo N., Del Prete S., Giulivo I., Santo A. editors: Grotte e speleologia della Campania, Sellino ed. Avellino, pp.
85-103, 15 figg.)
Quella che di seguito descriveremo non è la fedele storia della speleologia in Campania, quanto piuttosto una narrazione sintetica dell’accadere delle vicende legate alle grotte campane. Si tratta di fatti e situazioni sui quali spesso gli speleologi, ancorché coraggiosi e pionieristici, non hanno lasciato molta documentazione scritta; questo testo è un tentativo di ricostruire gli accadimenti principali della speleologia campana attingendo a frammenti di memoria collettiva tramandati oralmente di generazione in generazione. Nel tentativo di riportare con fedeltà i fatti, ci siamo documentati rovistando negli archivi, ma soprattutto abbiamo dato fondo ai nostri ricordi personali, ai racconti ascoltati in infiniti inganni di attese al freddo delle grotte, o attorno a un fuoco. Questa “storia” non ha quindi pretese di completezza. Ci scusiamo in anticipo con i tanti che, pur avendo dato qualcosa alla speleologia campana, non rientrano nella ricostruzione di quanto da noi visto o ricordato.
Gli
albori
La
prima descrizione di una grotta campana risale al 1551, ed è di tale Leandro
Aliberti, frate domenicano di Bologna, che in Descrizione
di tutta l’Italia parla della Grotta di Pertosa. In uno scritto del 1774,
inoltre, il canonico arciprete Gianfrancesco Trutta descrive con entusiasmo la
Grotta di Campo Braca in Matese e la natura carsica di questa montagna. I primi
veri tentativi di esplorazione speleologica vengono effettuati invece nel 1889
nella Grotta di Castelcivita ad opera dei fratelli Giovanni e Francesco Ferrara
di Controne che, purtroppo, pagano il loro
ardimento l’uno con la morte l’altro con la follia.
I primi studi sistematici legati alle grotte risalgono al 1898-99, allorché il
Patroni e il Carucci effettuano scavi alla Grotta di Pertosa per indagarne
preistoria e paletnologia, e pubblicano un volume con le prime interpretazioni
sui reperti rinvenuti (Patroni, 1900; Carucci, 1908; 1921).
La fine dell’Ottocento vede anche le prime esplorazioni del sottosuolo di
Napoli. Tra il 1883 e il
Lo stesso Melisurgo (1889) scrive: “Per ogni escursione, mi rivestivo dei miei
abiti, scarpe comprese. Indossavo un bel maglione di lana di qualunque stagione.
Una mutanda a calzoncino e niente altro che una candela di sego ed un bastone.
Al termine della mia escursione, i miei abiti trovavo che erano stati
trasportati al luogo dove saremmo risaliti e così ritornavo il più delle volte
in ufficio non senza aver fissato con Nunzio il giorno e il luogo per
ricominciare.
E a casa mia, riordinavo ciò che avevo percorso rapportandolo ad una pianta
detta “delle fognature” ed annotavo le particolarità dei cunicoli percorsi,
delle vasche raggiranti riferite, sulle indicazioni datemi da Nunzio, ai
fabbricati, vie e numeri plateali, e, molte volte anche nomi dei proprietari”.
E ancora, purtroppo: “Tutto il prezioso materiale lo consegnai all’ingegnere
Fergola, mio collega al comune, il quale, per darsi da fare, volle assumersi
l’incarico della formazione della planimetria dei canali da me, uno per uno,
visitati e identificati fuori terra. E tutto questo materiale andò disperso, o
non vorrei malignare, fatto scomparire per non accrescere i miei titoli di
merito come ingegnere del comune e come l’unico che avesse percorso Napoli
sotterranea”.