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Federazione
Speleologica Campana
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L’evoluzione della speleologia in Campania.
Sul finire degli anni ’70, a
parte il Circolo Speleologico “Giovanni Rama” di cui si è già detto e il
Gruppo Speleologico Montecigno fondato da Gino Taccogna in Telese, ambedue
operanti a livello strettamente locale, l’unico gruppo che esplora le aree
carsiche campane è quello del
CAI Napoli
, che svolge un’azione aggregante anche per gli speleologi provenienti da
altre zone della Campania.
In quegli anni la tecnica esplorativa speleologica subisce a livello nazionale
un radicale cambiamento. Le pesanti scale vengono abbandonate per passare alla
progressione su sola corda, più pratica e leggera: si scende e sale
rapidamente, con minor fatica, senza la sicura dall’alto, utilizzando
imbragature, chiodi, discensori e bloccanti di moderna concezione.
L’eliminazione delle scale rende i sacchi più leggeri, sicché squadre
ridottissime possono trasportare materiale sufficiente ad esplorare grotte
profonde, per le quali erano prima richiesti molti uomini e puntate. Anche le
vecchie tute di tela vengono sostituite con tute in pvc o nylon, e l’impianto
di illuminazione diventa più efficiente.
Insomma, le manovre esplorative si fanno più rapide e sicure, ogni speleologo
è più indipendente, la sua sicurezza è affidata alla sua esperienza e capacità
e per esplorare non ha più bisogno di assistenza dall’alto.
Le nuove tecniche comportano un cambiamento di mentalità, e i vecchi speleologi
restii ad apprendere non accettano di non avere più nulla da insegnare. Ma
tant’è, gli speleologi innovatori, forti dell’autonomia che deriva loro
dalla tecnica di sola corda, si organizzano da soli per intraprendere nuove e
veloci esplorazioni.
Un cambiamento epocale per la speleologia nazionale che vede protagonisti anche
i napoletani, i quali ormai si confrontano ed hanno scambi di esperienze con
altri gruppi, sia in campo esplorativo che in tema di soccorso. Per il gruppo
del
CAI Napoli
sono soprattutto i fratelli Carlo e
Pierangelo Terranova
che, partecipando attivamente a corsi e incontri nazionali e internazionali,
spingono la speleologia napoletana all’abbandono delle scalette per
l’utilizzo della sola corda. Per promuovere la nuova tecnica e dimostrane la
validità, organizzano anche apposite uscite alle profonde grave degli Alburni,
che esplorano con successo. La vicenda fa nascere malumori in seno al gruppo,
alcuni considerano i Terranova troppo audaci e pericolosi, e la discussione si
fa polemica. Chi ha vissuto quel periodo ricorderà le tante serate trascorse a
discutere sulla “pericolosità” dei moschettoni in lega leggera che
avrebbero dovuto soppiantare l’acciaio, oppure della fragilità delle corde
rispetto alle scale, e persino degli adesivi che attaccati ai caschi ne
indebolivano
la struttura. Oggi
possiamo dire quanto futili fossero quelle accese discussioni, ma il risultato
dell’epoca fu la scissione di un gruppetto dal
CAI Napoli
e la fondazione da parte di
Carlo Terranova
del sodalizio Esplorazioni Speleologiche Napoletane (ESN). In realtà si
rivelerà una scissione formale in quanto, come spesso accade a Napoli, tutto
finirà a tarallucci e vino: cosicché gli amici Giovanni Bronzino,
Giovanni Capasso
, Mariacarla Criscuolo, Giovanni Giannini, Vasili Giannopulos, Vito Guzzetta,
Giampiero Meriano,
Carlo Piciocchi
, Carlo e
Pierangelo Terranova
, Annalisa Virgili, si troveranno ancora insieme a fare attività, tanto che lo
stesso ESN si dissolverà in pochi anni.
Negli anni ‘80 l’attività speleologica napoletana diviene intensa e
interessa tutti i massicci carsici della Campania. Ricordare l’attività di
quegli anni, data la sua mole, è cosa ardua che qui di seguito proveremo a
sintetizzare, rimandando per approfondimenti al Notiziario
Sezionale del
CAI Napoli
, pubblicato in più numeri annui, e agli atti dei tanti convegni e congressi
cui gli speleo campani partecipano con assiduità.
Nell’ottobre del 1980
Alfonso Piciocchi
e Angelo De Cindio partecipano al VI Simposio Internazionale di Speleoterapia a
Monsummano Terme, presentando una sintesi bibliografica delle grotte
speleoterapiche europeee.
A seguito del sisma che colpisce l’Irpinia il 23 novembre 1980, e per buona
parte del 1981, il gruppo si impegna in attività di volontariato nei luoghi
disastrati.
Nel 1981 si tiene a Napoli il 1° Corso di Introduzione alla Speleologia, con la
partecipazione di numerosi iscritti. Ma di essi solo gli ultimi arrivati, i
quattro colleghi del corso di laurea in geologia
Francesca Bellucci
,
Italo Giulivo
,
Antonio Santo
e Marina Tescione, proseguiranno l’attività, avvicendandosi negli anni
successivi nella conduzione del gruppo, contagiati dall’entusiasmo di Alfonso
Piciocchi.
La realizzazione di corsi diviene una prassi, e nuove forze si aggregano al
gruppo; tra loro
Roberto Bellucci
, Ernesto Crescenzi, Corrado Cuccurullo,
Enrico Esposito
, Giovanni Guerriero, Lucio Pelella, Antonella Pirone,
Attilio Romano
, Nicoletta Santangelo. Nella seconda metà degli anni ’80 il gruppo si
rafforza ulteriormente con
Massimo Amoroso
,
Umberto Del Vecchio
, Giuliano D’Isanto, Marcello Di Stefano,
Luigi Ferranti
,
Pierpaolo Fiorito
, Fiorella Galluccio, Giuseppe Iervolino, Tommaso Maggi, Luisa Mattera, Yves
Puch e Vincenzo Zezza, a voler citare i più assidui.
Vasili Giannopulos,
Italo Giulivo
e Giovanni Guerriero, intanto, partecipano a corsi nazionali di perfezionamento
tecnico. Giulivo, in particolare, che già nel
1984 ha
assunto la conduzione della squadra di soccorso, nel 1987 diventa il primo e
per ora unico campano ad assumere il titolo di istruttore nazionale della Scuola
Nazionale di Speleologia del CAI ed in tale veste dirige numerosi corsi in
regione (Napoli, Salerno, Piedimonte Matese, Avellino) e fuori.
Un’altra tappa fondamentale per il
CAI Napoli
comincia nel 1982, allorquando il gruppo si unisce al Circolo Speleologico
“Giovanni Rama”, guidato da Angelo Chieffo, per esplorare la Grotta di
Caliendo sull’altopiano Laceno, i cui sifoni interni si sono prosciugati a
seguito del sisma. In questa attività il gruppo rimane impegnato a lungo, sia
per la lunghezza della grotta e le tante difficoltà da superare, sia per le
attività scientifiche che vengono messe in piedi per comprendere la genesi di
tale singolarità, pubblicandone i risultati negli atti del XIV Congresso
Nazionale di Speleologia svoltosi nel
1983 a
Bologna.
Nell’agosto 1984 speleologi cecoslovacchi del gruppo di Praga sono ospitati e
accompagnati in visita a Castelcivita, Pertosa e in grave dell’altopiano degli
Alburni, alla Grotta di San Michele di Olevano, e alla classica traversata del
Corchia sulle Alpi Apuane.
Nel 1986 vengono compiute importanti esplorazioni sul carsismo del Monte
Terminio, i cui risultati vengono presentati agli atti del XV Congresso
Nazionale di Speleologia svoltosi nel
1987 a
Castellana Grotte.
Nel 1987, su iniziativa di
Alfonso Piciocchi
, presso la sede del CAI a Castel dell’Ovo nasce il Museo di Etnopreistoria
“
Pasquale Palazzo
”, che raccoglie reperti di industria umana di varie parti del mondo, frutto
del lavoro dei soci e di donazioni di collezioni dell’800. Il museo, ricco di
manufatti del Paleolitico, viene visitato oggi da numerose scuole.
In questi anni, inoltre, il gruppo rileva dal CSM il catasto delle cavità e lo
affida a Filippo Abignente che ne curerà l’aggiornamento e il controllo,
oltre che una prima informatizzazione.
Ma l’attività del gruppo napoletano è intensa anche sul fronte della
cosiddetta speleologia urbana, ad opera soprattutto di Rosario Paone e
Carlo Piciocchi
, tanto che nel marzo del 1985 viene organizzato a Napoli il 2° Convegno
Nazionale di Speleologia in Cavità Artificiali, e nel luglio 1991 il 3°
Simposio Internazionale sul tema.
Sul finire degli anni ’80 la speleologia subisce una nuova svolta epocale dopo
quella dell’introduzione della tecnica di progressione in sola corda: l’uso
del trapano a batteria e poi a motore. Si apre una nuova frontiera esplorativa
che non sfugge agli speleologi napoletani:
Attilio Romano
si specializza in disostruzione ed il gruppo, sotto la spinta iniziale di
Italo Giulivo
e
Antonio Santo
, comincia una campagna sistematica di riesplorazione degli Alburni. A
cominciare dal 1987 e per buona parte degli anni ’90, il gruppo è presente in
Alburni quasi tutti i fine settimana e per periodi prolungati in occasione delle
festività invernali ed estive. Si allacciano rapporti con i locali e con gli
speleo di altri gruppi, soprattutto Pasquale Calella,
Francesco Lo Mastro
, Michele Marraffa, Pino Palmisamo e
Enzo Pascali
del Gruppo Speleologico di Martinafranca (GSM) e
Carlo Fusilli
e Paolo Giuliani del Gruppo Speleologico Dauno di Foggia (GSD), anch’essi
assidui e competenti frequentatori, con i quali ci si scambiano lealmente dati e
informazioni davanti al caminetto del rifugio Ausineto, tra le valli del
Sicchitiello e di Santa Maria nel cuore carsico degli Alburni. La gelosia e la
riservatezza tipiche dei gruppi speleo vengono subito superate, l’amicizia si
stringe, si comincia ad esplorare insieme, e il rifugio viene sistemato e reso
più ospitale. A suggellare l’intesa, il
CAI Napoli
, il GSM ed il GSD si uniscono nell’Associazione Intergruppi Ricerche ed
Esplorazioni Speleologiche (AIRES), dal carattere informale e tuttora attiva.
L’AIRES, in completa sinergia e armonia, esplora molto, approfondisce grotte
già note ed altre nuove spuntano fuori; pubblica nel 1989 un articolo di
sintesi su Speleologia, rivista ufficiale della SSI, che riporta
all’attenzione nazionale il massiccio degli Alburni.
Speleologi provenienti da ogni parte d’Italia ritornano a frequentare gli
Alburni e l’AIRES, per rimanere in contatto informativo con tutti, organizza
presso il rifugio un registro speleo, nel quale chiunque può annotare dati
esplorativi e aggiornare gli altri sulle novità. I risultati di quegli anni di
intensa attività vengono pubblicati a proprie spese da
Francesca Bellucci
,
Italo Giulivo
, Lucio Pelella e
Antonio Santo
nel volume Monti Alburni, ricerche
speleologiche (Bellucci et al., 1995).