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Federazione Speleologica Campana |
Le grotte vulcaniche
(sintesi
tratta da Del Prete S., Bellucci F., 2005, Le cavità
vulcaniche: il Somma-Vesuvio e l’isola d’Ischia. In Russo N., Del
Prete S., Giulivo I., Santo A. editors:
Grotte e speleologia della Campania, Sellino ed. Avellino, pp. 529-544, 16 fig.,
1 tab.)
Si possono formare cavità verticali, in corrispondenza di fratture eruttive con
profondità di alcune decine di metri, grotte emisferiche, dovute alla
formazione di una grande bolla di gas all’interno della colata lavica, o, più
comunemente, grotte da scorrimento lavico meglio note come tunnel o tubi di
lava.
Quando
una colata lavica con queste caratteristiche fuoriesce da una bocca eruttiva,
lateralmente si iniziano a formare, per raffreddamento, argini all’interno dei
quali la lava, mantenendosi più calda, può continuare a fluire velocemente.
Qualora anche la parte superiore del canale lavico riesce a solidificare e a
saldarsi con gli argini si origina un vero e proprio condotto che inibisce la
dispersione del calore verso l’esterno permettendo alla lava contenuta al suo
interno di mantenere temperature molto elevate intorno ai 1.000 °C e di
raggiungere grandi distanze. Nel punto in cui la lava fuoriesce dal tubo e torna
a scorrere all’aperto si forma una bocca effimera, mentre al termine
dell’eruzione, lo svuotamento totale del condotto può dare origine a veri e
propri sistemi di gallerie sotterranee. Dopo l’eruzione il tetto del canale può
collassare per lunghi tratti, creando in superficie larghe depressioni aperte. I
tunnel lavici hanno dimensioni variabili da tubi con diametri inferiori al metro
fino grandi gallerie larghe più di 30 m e alte 15 m che possono avere varie
diramazioni e raggiungere sviluppi di molti km. In Australia sono noti sistemi
di tubi di lave quaternarie che si estendono per lunghezze di oltre 100 km.
L’accesso all’ipogeo, tuttavia, è possibile solo dopo alcuni anni
dall’eruzione per via delle elevate temperature ancora presenti al suo
interno. Il pavimento delle gallerie è in genere subpianeggiante, mentre la
volta e le pareti si presentano arrotondate o con rigonfiamenti dovuti alle
modellazioni plastiche della roccia ancora quasi fusa. In queste grotte si
possono anche osservare speleotemi di lava simili alle classiche stalattiti e
stalagmiti. La loro genesi è contemporanea alla formazione del tubo stesso,
trattandosi in realtà di colature di lava dal soffitto secondo diversi processi
di formazione (es. stalattiti di rifusione), ovvero per accumulo di brandelli di
lava caduti dal soffitto nel caso delle stalagmiti. In realtà solo molti anni
dopo la genesi di una simile cavità è possibile la formazione anche di piccole
concrezioni di deposizione chimica che però non derivano dalla dissoluzione
della roccia lavica, bensì dalla deposizione di sali trasportati nel sottosuolo
dalle acque di infiltrazione meteorica.
In
Italia e in tutta Europa gli unici esempi di tunnel lavici veri e propri si
possono osservare sui vulcani delle isole Canarie e sull’Etna in Sicilia,
caratterizzato da un vulcanismo basaltico che ha dato, e dà ancora, eruzioni
effusive molto intense sia per tasso eruttivo sia per durata nel tempo. Queste
caratteristiche hanno permesso la formazione di lave di tipo pahoehoe e di cavità
laviche in numero e dimensioni tali da favorire lo sviluppo della
vulcanospeleologia etnea.
Un altro genere di ipogei in rocce
vulcaniche è rappresentato da cavità impostate lungo linee di debolezza
strutturale degli ammassi prevalentemente lavici e subordinatamente tufacei e
scoriacei. In questi casi l’isolamento di masse prismatiche, la presenza di
rocce molto fratturate o lo svuotamento delle parti meno compatte di strutture
vulcaniche (dicchi), sotto l’azione erosiva del vento o del mare favorisce la
creazione di vuoti sotterranei dello sviluppo anche di alcune decine di metri
come la Grotta
del Mago a Ischia. Questa tipologia di cavità è molto diffusa lungo
la fascia costiera Flegrea insulare.
Le
grotte laviche del Somma-Vesuvio
Sul
Vesuvio si possono incontrare tre tipi di grotte laviche: tunnel lavici, grotte
da “interstrato” e grotte da frattura. Quelle che presentano le
caratteristiche tipiche dei tunnel lavici sono localizzate sul versante SW e si
sviluppano nelle colate laviche del 1858. La coincidenza sta ad indicare che la
formazione dei tunnel è stata favorita dalla particolare fluidità di questi
efflussi lavici. Tutte hanno la volta arcuata e il pavimento sub-pianeggiante,
le pareti sono generalmente articolate a causa di successivi crolli che hanno
coinvolto anche il soffitto della cavità. La grotta più grande, segnalata e
ben descritta da Malladra (1917), si è formata dalla bocca eccentrica di quota
416 m ed ha uno sviluppo di 42 m; la Grotta delle Baracche della Forestale (Cp
47) si sviluppa per 11 m e scende per 2 m; insieme al Tunnel lavico delle
Baracche della Forestale (Cp 850), è posta intorno alla quota di 540 m slm nel
comune di Ercolano.
La
genesi di buona parte delle grotte vesuviane è legata alla caratteristica
sovrapposizione di colate laviche di piccolo spessore intercalate da livelli
scoriacei di spessore relativamente grande. In corrispondenza di questi livelli
scoriacei si instaura un processo di intensa erosione ad opera delle acque che
si infiltrano nelle fratture delle lave e tra i vuoti delle scorie. L’erosione
selettiva in questi livelli determina la formazione di veri e propri
scavernamenti tabulari o a ogiva a seconda se l’erosione ha interessato colate
laviche estese orizzontalmente (Grotticella I del Vesuvio; Cp 228) oppure
piccole lingue di limitata larghezza (Grotticella III e IV del Vesuvio;
rispettivamente Cp 230 e Cp 231). In entrambi i casi la volta delle cavità è
bassa e dipende dallo spessore del bancone di scorie, mentre il pavimento è
generalmente ricoperto di accumuli detritici scoriacei. … Queste grotte si
rinvengono tutte sul versante meridionale del Vesuvio in località Cappella
Bianchini (comune di Torre del Greco) tra 258 m e 348 m slm, sempre nelle colate
laviche del 1804. È facile quindi correlare la formazione di queste cavità con
la tipicità eruttiva di quel periodo caratterizzata dalla formazione di uno
spesso strato di lave tipo “aa” al top delle colate laviche evidentemente più
viscose. La Grotta lavica sul sentiero Matrone (Cp 849) si trova invece sul
versante SE, in località Cognoletto lungo il sentiero Matrone a 477 m di quota
e si è formata nelle lave del 1881 (comune di Terzigno). L’accesso a questa
cavità è stato consentito dal crollo parziale della volta.
L’ultimo tipo di cavità rinvenibile sul Somma-Vesuvio è geneticamente legato
alla presenza di estese fratture che interessano gli spessi banconi lavici della
cresta del Monte Somma. Queste lave, infatti, sono caratterizzate da
fratturazioni legate all’attività vulcanica degli ultimi 17.000 anni; inoltre
esse si trovano in posizione di cresta con versanti molto ripidi che tendono
fortemente a subire l’azione della gravità favorendo l’innesco di fenomeni
di instabilità del versante. Propio lungo la cresta orientale, alla quota di
850 m, è presente la Grotta Spacco della Lava (Cp 69), impostata lungo una
frattura di 80 m e profonda circa 10 m con il pavimento ricoperto di detriti di
scorie e lava e il soffitto praticamente a cielo aperto, anche se in molti punti
le pareti si avvicinano quasi a chiudersi. La morfologia della cavità è
chiaramente condizionata dalla frattura, modificata dai successivi frequenti
crolli; l’attuale presenza di massi in bilico e l’intensa fratturazione
impone cautela nella progressione speleologica.
Bibliografia
Malladra
A. (1917) - Grotta di
scolamento lavico negli efflussi vesuviani del 1858. Boll. Soc. Nat. in
Napoli, 30, pp. 109-123.
(da Del Prete S., Bellucci F., 2005, Le cavità vulcaniche: il
Somma-Vesuvio e l’isola d’Ischia. In Russo N., Del Prete S.,
Giulivo I., Santo A. editors:
Grotte e speleologia della Campania, Sellino ed. Avellino, pp. 529-544, 16 fig.,
1 tab.)
La
grotta è ubicata lungo la costa sud-orientale dell’isola d’Ischia e, nel
corso dei secoli, ha assunto varie denominazioni: Grotta del Mago, di Terra, di
Parata Centoremi, Tisichiello, d’Argento, del Sole, di Bordo. L’appellativo
attualmente più comune è, comunque, quello di Grotta del Mago o di Terra,
mentre il nome Tisichiello era più diffuso alla fine dell’Ottocento (Friedlander,
1938). Con quest’ultimo nome è anche riportata sulla Carta Topografica
dell’IGMI scala 1:10.000 del 1890 con ricognizione generale del 1907 sulla
quale, però, era erroneamente ubicata poco a sud di Punta del Lume; ed ancora
nel punto inesatto viene riportata anche sulle più recenti carte in scala
1:25.000. La grotta, raggiungibile solo via mare, è in realtà ubicata a circa
150 m a SW di P.ta Parata.
Secondo il Buonocore (1934), il nome
di Grotta del Mago deriverebbe da un’antica leggenda che riporta
l’apparizione di un vecchio dalla chioma e barba bianca seduto nei pressi
della grotta e circondato da nereidi danzanti.
L’ipogeo
si sviluppa nelle lave della Formazione di Parata (73.000 anni fa) e nel Neck di
lava del Centro eruttivo di Grotta di Terra. La prima descrizione geologica di
dettaglio risale al Rittmann (1930) che vi entrò in barca fino alla prima
camera per poi proseguire a nuoto verso l’interno. Il dicco di lava
trachibasaltica lungo cui si imposta la grotta è orientato in direzione NW ed
ha uno spessore variabile da 2 a 8 m. Esso è, inoltre, interessato da una
pervasiva fratturazione singenetica che ha favorito l’allargamento
dell’ipogeo per fenomeni di erosione meccanica prima in ambiente subaereo e
successivamente marino. Nella parte basale il dicco di lava si inietta e taglia
le lave della Formazione di Parata, mentre nella parte superiore taglia uno
strato di brecce e tufi della Formazione di Pignatiello sopra i quali si espande
in un cratere imbutiforme da cui trabocca a formare una colata lavica con uno
strato di scorie coerenti a tetto. Il tutto risulta seppellito da tufi e ceneri
più recenti ed è mirabilmente esposto lungo costa in una straordinaria sezione
naturale.
Dal
punto di vista morfologico, l’ipogeo è costituito da una prima camera
iniziale ampia una decina di metri per 30 m di sviluppo. In questo tratto
iniziale l’altezza della volta passa da 6 m a 3,5 m ed analogo è
l’andamento della profondità del pavimento al di sotto del livello del mare.
Successivamente la grotta si restringe e si prosegue in un tunnel di 37 m di
sviluppo e largo 2 m. Al termine del tunnel si accede all’ultima “camera”
larga 8 m e alta, nella parte centrale, 30 m per uno sviluppo di 35 m. Verso il
fondo la grotta si restringe nuovamente in una piccola appendice cieca di 2 m di
larghezza il cui pavimento fuoriesce dall’acqua a formare una piccola
spiaggetta.
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Dopo
il Rittmann (1930) è solo nella primavera del 1934 che il Prof. Vezzuto ed il
pittore napoletano Cuccellato riattraversarono a nuoto la galleria sul fondo
della prima camera e “riscoprirono” la sala finale (Platania, 1937).
Successivamente, il canonico Giovan Giuseppe Sasso, proprietario del terreno
sovrastante, chiese la concessione governativa per la valorizzazione e l’uso
turistico della grotta. Costruì una ringhiera, un tavolato per il passaggio, vi
impiantò l’illuminazione elettrica e portò una zattera per il servizio
pubblico (Platania, 1937; Friedlander, 1938). All’esterno, inoltre, costruì
anche una scala intagliata nella roccia per accedere a una terrazza messa sulla
verticale della grotta dove i turisti potevano ristorarsi. La notizia
dell’apertura al pubblico della grotta fu riportata anche sui quotidiani con
volantini che ne diedero una descrizione e riportarono cenni della leggenda del
mago; inoltre, per gli effetti della riflessione della luce sulla superficie
dell’acqua all’interno della galleria la grotta fu ribattezzata col nome di
Grotta d’Argento e dichiarata (forse con eccesso di enfasi o per scopo
pubblicitario) superiore per bellezza e importanza alla Grotta Azzurra di Capri.
Con questo nome Luigi Catalano pubblicò anche un articolo sul Corriere
d’America di New York il 24 settembre 1933 dove, però, fu erroneamente
titolato “La Grotta d’Argento a Capri”. Numerosi furono i visitatori ma
dopo qualche tempo (la data non è nota) una tempesta di scirocco produsse gravi
danni al tavolato, all’illuminazione elettrica e alla zattera; l’accesso
divenne molto difficile e le visite furono sospese (Platania, 1937; Friedlander,
1938).
In quegli anni la grotta ebbe notevole
celebrità anche grazie alla vivace disputa sulla sua funzione in epoche
preistoriche che vide contrapposti i Proff. Platania, Puglisi, e l’ing.
Ciannelli, da un lato, e il dott. Buchner e il Prof. Friedlander, dall’altra.
Di varia estrazione scientifica (studiosi di storia delle religioni, geologi,
geofisici e archeologi), essi visitarono più volte la grotta fin tanto che fu
accessibile per raccogliere dati tra cui un reperto di bronzo raccolto dal
Puglisi e dal Ciannelli.
Il
Puglisi “aveva acquistato la convinzione che quella fosse stata,
nell’epoca neolitica, un tempio dedicato al culto solare” (Platania,
1937). Secondo l’Autore “la forma, la disposizione e le inconfondibili
caratteristiche che essa mostra” rafforzarono sempre di più l’opinione
di una caverna preesistente “adattata a culti magico religiosi e più
precisamente solari” (Puglisi, 1938). Pertanto dopo aver segnalato questo
suo punto di vista alla Direzione di Monumenti e Scavi di Napoli espresse queste
sue argomentazioni in un articolo apparso il 28 settembre 1934 sul Popolo di
Roma (Platania, 1937).
Successivamente sia Mons. Onofrio Buonocore (1934) che il Prof. Platania (1930;
1937) rafforzano le ipotesi del Puglisi concludendo che a causa dei movimenti
bradisismici dell’isola “non esser da dubitare che la costa orientale
dell’isola si sia lentamente sommersa, così che la grotta, in tempi
remotissimi, si trovasse molto lontana dalla battigia” (Platania, 1937).
Questa ipotesi ebbe ampia risonanza tanto che un altro articolo con
illustrazioni di idoli solari dell’epoca neolitica e una foto dell’amuleto
solare di bronzo rinvenuto dal Puglisi e dal Ciannelli nella grotta, fu
pubblicato dal Roherle (1936) sulla rivista tedesca “Die Umshau” nel marzo
1936.
Contro queste argomentazioni si schierarono Buchner G. (1937) e Friedlander
(1938) secondo i quali la grotta ha un’origine del tutto naturale “fatica
millenaria dei continui baci del mare” (Buonocore, 1934), non notando
lungo le pareti nessun segno “di scalpellatura o altro lavoro artificiale”
(Friedlander, 1938). Anche i segni petroglifi e una presunta ara solare
segnalati dal Puglisi vengono interpretati come del tutto naturali e/o tipici
della roccia trachitica.
Successivamente, questo vivace scontro di idee andò lentamente scemando negli
anni, dopo che la mareggiata rese di nuovo inaccessibile l’ipogeo e la grotta
ritornò a essere il calmo riparo dei pescatori durante la pioggia.
Da allora nessun altro studioso ha ripreso le ricerche e gli studi sui presunti
petroglifi e i resti della presunta ara solare all’interno della grotta; solo
nel 1965 il Fresa tornò sull’argomento confermando, sulla base di calcoli
astronomici, che “l’orientamento del sistema cavernicolo è tale per cui
era possibile, parecchie migliaia di anni fa (intorno all’8.100 a.C., nda),
osservare direttamente dalla grotta interna il Sole sull’orizzonte del mare
all’epoca del solstizio invernale. […] In queste caverne d’Ischia
il caso non poteva fornire ai primi abitatori dell’isola una sede naturale più
adatta alla celebrazione del culto solare” (Fresa, 1965).
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Limiti estremi delle massime amplitudini ortive al solstizio invernale, osservabili dalla Grotta del Mago entro 10.000 anni prima e 10.000 anni dopo il 1900 (da Fresa, 1965). |
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Più
recentemente nella Grotta del Mago sono state effettuate ricerche floro
faunistiche del benthos da parte di ricercatori della Stazione Zoologica “A.
Dohrn” di Napoli (Cinelli et al., 1977, Gambi & Buia, 2003; Gambi et
al., 2003). Questi studi hanno evidenziato che, pur essendo presente un
popolamento ricco e diversificato almeno nella camera iniziale, a causa del
restringimento della grotta nel suo tratto mediano, il forte gradiente idraulico
che si crea al suo interno (“effetto Venturi”; Gambi & Buia, 2003)
svolge un importante condizionamento, insieme alla naturale riduzione del
gradiente di luce, nella colonizzazione del substrato da parte degli organismi
marini.
Buonocore
O. (1934) - L’isola
del Sole (Ischia). La Cultura, 15, n. 178, Napoli, 1934.
Castagna
R. - La Grotta del
Mago. Libera
consultazione sul sito web
http://www.larassegnadischia.it/argomenti/paesaggio/pages/grottamago.htm.
Ciannelli
N. (1934-37) - Pianta
della Grotta del Mago 1:300; relazione sulla grotta del Mago inviata
all’Istituto Italiano di Speleologia di Postumia; notizie, disegni e
manoscritti datati 1934-37.
Cinelli
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marine cave. In:
Keegan B.F., O’Ceidigh P.O., Boaden P.J.S.E. (eds) – Biology of benthic
organism, Pergamon Press, Oxford, pp. 173-183.
Fresa
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Friedlander
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Gambi
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delle conoscenze floro-faunistiche ed ecologiche sui popolamenti marini
delle isole flegree (Ischia, Procida e Vivara – Golfo di Napoli).
In: Gambi M.C., De Lauro M., Jannuzzi F. (a cura di) – Ambiente Marino
costiero e territorio delle isole flegree (Ischia, Procida, Vivara – Golfo
di Napoli). Risultati di uno studio multidisciplinare, Mem. Acc. Sc. Fis. e
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Gambi
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e binomia dei popolamenti bentonici dei fondi duri delle isole flegree:analisi
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Platania
G. (1930) - Alcune
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Puglisi
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scoperta della grotta del Mago ed i culti preistorici nell’isola
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Puglisi
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Rittmann
A. (1930) -
Die Geologie der Insel Ischia.
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Roehrle
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Sonnenkulstdtte aus vorhistorischer Zeit. Die
“Crotta del Mago” auf Ischia.
ovvero “Un luogo destinato al culto del Sole dei tempi preistorici: la
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